martedì 15 dicembre 2009

“Affama la bestia per renderla mansueta”. Osservazioni sul ddl per la Riforma dell'Università.




All'assemblea d'ateneo del 2 dicembre 2009 avevamo annunciato la prossima diffusione di un documento che descrivesse un nostro punto di vista sull'imminente riforma dell'Università.
Eccolo.

Si tratta di alcune osservazioni che speriamo possano costituire una base di partenza utile ad una prossima occasione di confronto, nonchè un efficace strumento di riflessione e diffusione di temi e problemi.

Si parla di:
  • La legge delega: impossibilità di valutare compiutamente alcuni aspetti
  • Il taglio delle risorse: il merito di ciascun intervento è inevitabilmente condizionato, in modo determinante, dai vincoli di bilancio
  • Il sistema di governo degli atenei: dal governo legittimato in base a rappresentatività accademica e progetto culturale all’accentramento manageriale
  • La “semplificazione dell’articolazione interna”: accentramento del potere in centri decisionali meno rappresentativi degli attuali
  • Il sostegno economico agli studenti: eguaglianza formale, competizione e indebitamento
  • Le forme contrattuali del lavoro di ricerca e di didattica ed il reclutamento del personale docente: precarietà indefinita e marginalizzazione della ricerca
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Grazie per la vostra attenzione,

ricercatoriprecari@gmail.com

sabato 5 dicembre 2009

FUGGIRE O RESISTERE

Replica dei precari universitari alla lettera aperta di Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss, indirizzata al figlio


Fuggire o resistere. Quando l’alternativa si presenta anche ai figli delle attuali classi dirigenti, vuol dire che la misura è smisurata, che il vaso ha tracimato, che la precarietà è visibile persino dalla cima della torre d’avorio.
Ma l’alternativa non si pone ai ventenni di quel tipo, che hanno l’exit strategy dell’estero e partono da una solida rete di relazioni intessute anche nelle università private. Il vicolo cieco è invece davanti alle migliaia di precari, nell’università come nel lavoro, trentenni e quarantenni, che hanno già iniziato a costruire il proprio progetto di vita in questa Italia decadente, priva di qualsiasi strategia di superamento della crisi e idea di futuro.
Per questi figli di un dio minore le opzioni non sono molte. Prendiamo una tipica lavoratrice della conoscenza: 36 anni, ricercatrice precaria, due monografie e 15 articoli sul curriculum, un figlio e un compagno. Si barcamena tra una docenza a contratto e l’altra: quando gli va bene il suo “protettore” gli trova un assegno di ricerca biennale (somma sicurezza), quando gli va male i suoi genitori aumentano l’integrazione del suo reddito mensile da 300 a 500 euro. Nel suo dipartimento è sicuramente la “giovane” più promettente, in più è così gentile da sobbarcarsi tutti quei lavori che gli altri non vogliono fare (redazione della rivista di dipartimento, compilazione dei bandi, sostituzioni a lezione e ricevimento studenti, ecc.). Il “suo” concorso non è stato ancora bandito, ma a detta di tutti arriverà presto, è solo questione di sfortuna se l’ordinario appena andato in pensione ha indicato come sua ultima volontà l’inserimento in ruolo del proprio pupillo. Quella volta in realtà la nostra ricercatrice aveva anche commesso uno sgarbo (veniale): si era presentata, costringendo la commissione a voli pindarici per la (s)valutazione dei suoi contributi.
Le sue scelte, come dicevamo, non sono molte. Berkeley? Columbia? MIT? Potrebbe provare, certo, anche con qualche possibilità. Ma poi Giulio chi lo sente con il bimbo e tutto il resto? Potrebbe cambiare lavoro, in fondo ha il più alto grado d’istruzione possibile. In realtà dovrebbe tagliare pezzi del suo curriculum per non sembrare over-qualified, e buttare 10 anni di precariato universitario per un lavoretto a 800 euro. Potrebbe infine tenere duro, raccontandosi ogni giorno la favola della temporaneità della sua condizione.
Questa eroina dei nostri tempi magri, questa figura produttiva ma nascosta, quest’anima fedele non certo al suo valvassore ma al suo lavoro e al suo progetto di vita, è questa la figura nella quale ci riconosciamo. Il lamento del padre del giovane di belle speranze, frustrate da un sistema di raccomandazioni e clientele che egli stesso e la sua generazione (politica e accademica) hanno contribuito a determinare e contribuiscono a mantenere, cortesemente, lo respingiamo al mittente. Non ne facciamo una questione privata, ma uno specchio per la dimensione pubblica. Il merito astratto, scientificamente calcolato, che si sostanzia nella capacità di immagazzinare dati (il povero figlio, a detta del padre, ha studiato 12 ore al giorno negli ultimi 5 anni), nella bulimia da nozioni, nella capacità di rispondere a comando a una domanda, non è solo un “merito di pulcinella”, è anche un merito inutile al paese, alla società, allo stesso mercato del lavoro.
La nostra figura di riferimento rimane la ricercatrice di cui sopra, che rappresenta la parte più innovativa e produttiva del paese, e sulle cui spalle si regge gran parte dell’università italiana e non solo. È lei la nostra moderna Cipputi. E come il buon vecchio Cipputi ha un’ultima scelta: quella di lottare e rivendicare continuità di reddito e diritti.

Rete ricercatori precari Bologna
Coordinamento precari della Ricerca Catania
Coordinamento nazionale ricercatori precari FLC-CGIL

LEGGI LA LETTERA DI CELLI APPARSA SU "REPUBBLICA" IL 30 NOVEMBRE 2009


venerdì 27 novembre 2009

Appesi a un filo, sostenuti da un’idea: un’altra università è possibile.

Catania, 2 Dicembre 2009, ore 10.00, AUDITORIUM
Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, ex Monastero dei Benedettini.

Assemblea simultanea in tutti gli atenei d’Italia per la Ricerca e l’Istruzione pubblica.

Ricercatori precari, studenti e docenti universitari, insegnanti precari e tutti i lavoratori dell’università discutono di:
  • tagli alle risorse per scuola e università a Catania;
  • DDL Gelmini;
  • sciopero generale dei lavoratori della conoscenza indetto da FLC-CGIL e manifestazione nazionale a Roma venerdì 11 Dicembre 2009.
Il progetto di riforma dell’Università promette Merito, Qualità ed Efficienza.
Sono solo slogan.
Restano i tagli alle risorse, travestiti da «razionalizzazione».

Mentre negli altri paesi del mondo si investe su ricerca e formazione per uscire dalla crisi, in Italia si “investe” su vuote parole d’ordine, che luccicano solo sui media, per illudere ancora una volta intere generazioni di studenti e ricercatori.

«Senza alcun onere per la finanza pubblica», come si legge nella nuova proposta di legge, Merito, Qualità ed efficienza sono solo slogan.
Nei prossimi anni si bloccherà il ricambio generazionale di docenti e ricercatori universitari, crescerà il numero dei lavoratori precari per continuare a tappare i buchi della didattica e della ricerca e si ridurranno le opportunità di accesso degli studenti all’università pubblica.

-3.000 matricole solo a Catania per l’anno accademico 2010-2011 secondo le stime del rettorato, aumento delle tasse universitarie, chiusura dei corsi di laurea, numero programmato per i corsi superstiti: questa è l’università nel paese di Berlusconi.

Da Torino a Catania, a Cosenza e a Bologna, a Pisa come a Napoli, tutti insieme a Roma riprendiamoci la parola.

Coordinamento Precari della Ricerca – Catania
Coordinamento Precari dell’Università FLC-CGIL – Catania

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lunedì 23 novembre 2009

Nuovo welfare e rilancio della ricerca e dell'università per uscire dalla crisi



Venerdì 20 novembre 2009 a La Sapienza studenti e precari dell'univeristà e della scuola si sono riuniti in assemblea nazionale.
L'Onda è, dunque, ripartita con nuovi temi - più ricerca e formazione per uscire dalla crisi, nuovo welfare, difesa dell'univeristà come spazio di democrazia - e vecchi problemi: i tagli del Governo già in atto, il silenzio dell'opposizione.

Roma La Sapienza 20 Novembre 2009 - Appello dell'Assemblea Nazionale dei precari e degli studenti universitari

Oggi 20 Novembre una grande assemblea di precari e di studenti, provenienti da tutta Italia, si è riunita alla Sapienza per rilanciare – a partire dalle molteplici iniziative di lotta organizzate in questi mesi nei vari atenei e scuole – un percorso ampio di mobilitazione che rimetta al centro la lotta contro il progetto di dismissione dell’università e che rivendichi un nuovo sistema di garanzie sociali all’altezza delle sfide poste dall’attuale mondo del lavoro. Ad un anno di distanza dall’esplosione dell’Onda, siamo ancora fermi nel nostro rifiuto della crisi economica: noi la crisi non la paghiamo, vogliamo fin da subito riappropriarci del nostro futuro e dellaricchezza sociale che ci viene quotidianamente sottratta.

Per queste ragioni chiediamo, in primo luogo, il ritiro immediato del DDL Gelmini – presentato mediaticamente come disegno “innovativo” di riforma dell’Università – che rappresenta palesemente un progetto di riproposizione e cristallizzazione di tutti gli elementi negativi del sistema universitario, denunciati più volte dal movimento dell’Onda:

- non risolve in nessun modo il problema della precarietà né del ricambio generazionale – come propagandato dal Governo – aumentando, invece, il fossato tra tutelati e non tutelati, tra chi è dentro e chi è fuori dal sistema di garanzie sociali;

- non interviene sulla governance degli atenei per innovarla, ma per chiudere i già irrisori spazi di democrazia e partecipazione delle differenti componenti accademiche e consolidare e rafforzare il potere delle corporazioni responsabili del fallimento dell’università pubblica negli ultimi 30 anni;

- indebolisce ulteriormente il diritto allo studio, chiedendo agli studenti di indebitarsi “all’americana” attraverso lo strumento del prestito d’onore, mentre la crisi globale – che mostra il fallimento di un sistema fondato sull’indebitamento – richiederebbe una netta inversione di tendenza e di maggiori investimenti per garantire a tutti l’accesso ai livelli più alti dell’istruzione superiore;

- completa il processo di de-strutturazione e riduzione dell’Università pubblica prefigurando, quindi, un’università complessivamente più piccola, che non risponde alla domanda di maggiore conoscenza e competenze che il nostro paese dovrebbe considerare centrale per le proprie politiche di sviluppo; con l’entrata dei privati negli organi di governo si regalano gli atenei ai poteri locali, senza che questi diano nessun contributo alla crescita dell’università;

- restituisce alle lobby accademiche il controllo sui concorsi, senza incidere sulle pratiche clientelari e mettendo in competizione i precari e gli attuali ricercatori; servirebbe, invece, un piano straordinario di reclutamento, con un numero consistente di concorsi che diano opportunità reali a chi garantisce il funzionamento quotidiano della didattica e della ricerca nei nostri atenei;

- nasconde il progetto di smantellamento selettivo dell’università dietro il paravento della valutazione dei meriti individuali; tuttavia, non si può far finta di non sapere che precarietà e ricattabilità rendono impossibile una valutazione trasparente delle capacità delle persone; la valorizzazione del merito non può prescindere da un serio investimento (anche e soprattutto economico) sulla qualità della didattica e della ricerca e sulla garanzia di autonomia sociale di chi studia, di chi insegna e di chi fa ricerca nelle università. In assenza di tali garanzie, nel contesto Italiano, l’insistenza da parte governativa sul merito si risolve in uno strumento di ulteriore ricatto per i precari. La retorica dell’efficienza e della meritocrazia altro non è che uno strumento per dequalificare ulteriormente il sapere, per stratificare e declassare la forza lavoro.
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giovedì 19 novembre 2009

Da grande voglio fare il lavoratore

(Note in attesa dell’assemblea nazionale dei Precari della Ricerca – Roma 20 Novembre 2009)

Opporsi al precariato nella didattica e nella ricerca, oggi nel paese di Berlusconi, vuol dire costruire una lotta diffusa e capillare su tutto il territorio, ateneo per ateneo, facoltà per facoltà, dipartimento per dipartimento. È una “guerra di corridoio” quella che ci attende, una battaglia in lunghezza che centimetro per centimetro accorci la distanza che ci separa dal nostro futuro.

In questi mesi abbiamo accumulato un’esperienza preziosa: partire dall’azione locale nei singoli atenei significa darsi l’opportunità di una mobilitazione solida e duratura che dà forza alle rivendicazioni nazionali e, di ritorno, da queste riceve conferme e legittimità diventando progetto politico.
A Torino il comunicato congiunto firmato dall’Amministrazione del Politecnico, dal Cooordinamento Precari della Ricerca del Politecnico e dalla FLC CGIL Piemonte il 16/10/2009 segna una tappa fondamentale nella storia italiana della lotta al precariato universitario: studenti e precari impongono all’Ateneo di dichiarare lo stato di crisi e di riconoscere, formalizzando un tavolo di trattativa aperto a tutte le componenti universitarie, la centralità della questione occupazionale come questione di democrazia.
A Catania la denuncia “ad alta visibilità” dei precari che fanno parte delle commissioni di laurea e l’annuncio del blocco degli esami rilancia con coraggio e determinazione l’idea, fondativa, che la didattica dentro l’università non è una seconda scelta e che in quanto professione merita lavoratori.

Esiste un vocabolario che nelle università non è mai entrato. Parole come licenziamento, cassa integrazione, ammortizzatori sociali non fanno parte del linguaggio accademico. I lavoratori precari della ricerca e della docenza, imbozzolati in un territorio di privilegio al quale non hanno accesso, non conoscono i propri diritti. Sfruttati, non rappresentati, malpagati, ritengono tutto legale e tutto possibile in nome della passione per la ricerca. Tutto questo fa il gioco di chi ha necessità di mano d’opera a basso costo, docile e mansueta. Tutto questo è utile solo a chi governa le università senza alcun progetto di valorizzazione delle risorse umane e professionali - studenti, ricercatori, docenti – e si fregia di “virtù d’economia” sulla pelle di chi, nelle università, studia e lavora.
Gli atenei, certi della mite accettazione delle condizioni di lavoro pre-moderne offerte ai docenti/ricercatori esterni, sopravvivono e perseverano nel malcostume e nelle prevaricazioni istituzionali. In tempi di precarizzazione della ricerca e di esternalizzazione della docenza, la lotta precaria deve partire dalla ricostruzione di una coscienza collettiva per impedire il sopruso, per dire no ai contratti a titolo gratuito e alla continua dismissione di lavoratori.
Lavoro retribuito equamente, diritti tutelati: comune resistenza, non più capitolazione individuale.

Siamo noi, precarie e studenti, studentesse e precari, a dover riconquistare la democrazia all’interno degli atenei. Siamo noi prima di tutto lavoratori, e poi precari, a dover rivendicare i nostri diritti; in questo protagonisti, uno ad uno, e uniti nella lotta. Noi siamo ora i protagonisti. Ogni ulteriore temporeggiamento lo considereremo connivenza.

“Ripartire dai territori” significa, dunque, rilanciare un movimento (non un momento) di protesta nazionale che vada a colpire tutti coloro che stanno attuando tagli indiscriminati al sistema pubblico di università e ricerca oggi in Italia, e tutti coloro che li stanno avallando. Significa andare a scovare tutte le amministrazioni negli atenei italiani, metterle di fronte alle proprie responsabilità di tecnici liquidatori (nell’operato di questo Governo) della distruzione del sistema universitario pubblico. Significa denunciare il loro patto con il diavolo, il “compromesso sul nostro futuro” e rifiutare il licenziamento – perché di questo si tratta – dei lavoratori precari impegnati nella ricerca e nella docenza. Significa opporsi alla chiusura delle sedi universitarie con il pretesto dell’efficienza della gestione richiedendo l’apertura dei tavoli di crisi con studenti, precari, sindacati ed enti locali. Significa rivendicare una strutturazione dei rapporti di lavoro perché dove c’è lavoro devono esserci posti di lavoro. Significa contrastare le manovre a senso unico delle amministrazioni uniti con tutte le nostre forze per rilanciare l’università e la ricerca pubbliche che ci appartengono.

A un anno dalla nascita dell’Onda abbiamo sperimentato che un’altra università è possibile. È l’università in cui anche i più fragili - come i precari - hanno, per cominciare, diritto di parola. Non è l’attesa che prima o poi qualche DdL segni la via. Non è l’indignazione di fronte all’ultima trovata ministeriale a dettare l’agenda, ma un preciso disegno del nostro futuro: “da grande vorrei fare il lavoratore”.
Resistenza, qui ed ora, vuol dire questo.


Valentina Barrera, Ilaria Agostini, Chiara Rizzica – Ricercatrici e docenti precarie
Torino, Firenze, Catania 19 Novembre 2009